Il ddl Valditara ha ormai reso evidente una direzione politica precisa: parlare di educazione sessuale e affettiva nelle scuole medie e superiori sarà possibile solo con il consenso scritto dei genitori, mentre nelle scuole dell’infanzia e primarie ogni attività sulla sessualità viene di fatto vietata. Una scelta che non tutela affatto i più giovani, ma ostacola uno degli strumenti più importanti per la loro crescita, la loro sicurezza e il loro benessere.

Non siamo sorpresi. Da tempo vediamo un governo che sceglie di mettere la propaganda davanti ai diritti delle studentesse e degli studenti, trasformando una richiesta di tutela in una nuova occasione di scontro ideologico. Ma questa non è una novità, né un’emergenza improvvisa: è una questione strutturale, che si ripresenta da anni ogni volta che si prova a parlare seriamente di educazione, corpo, consenso e libertà.

L’educazione sessuo-affettiva non significa “parlare di sesso” in modo superficiale, né ha nulla a che fare con le caricature ideologiche che spesso vengono usate per delegittimarla. Significa invece educare al consenso, al rispetto dei corpi, alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, alla consapevolezza nelle relazioni e alla possibilità di vivere la sessualità in modo sano e sicuro. Significa dare a ragazze e ragazzi strumenti concreti per riconoscere la violenza, difendersi dagli abusi e costruire relazioni più libere e responsabili.

Subordinare questo insegnamento al consenso dei genitori significa, nei fatti, trasformare un’emergenza sociale in una battaglia politica. Eppure l’educazione sessuo-affettiva non dovrebbe mai diventare un campo di scontro: è una materia cruciale per la salute fisica e mentale delle persone, e soprattutto per la loro libertà. Senza questo percorso mancano le basi per affrontare con serenità e sicurezza la propria affettività e la propria sessualità.

C’è un altro punto fondamentale: l’educazione sessuo-affettiva è uno degli antidoti più efficaci contro la violenza di genere e contro lo stigma che colpisce le identità di genere e gli orientamenti sessuali. Parlare di sesso e affettività vuol dire anche imparare a conoscere se stessi, a nominarsi, a riconoscersi e a esprimersi liberamente. Vuol dire aprire spazi di consapevolezza in una società che troppo spesso continua a controllare i corpi, a giudicarli e a normarli.

Per questo la battaglia per l’educazione sessuo-affettiva è una battaglia di libertà. E proprio per questo spaventa chi vuole difendere schemi patriarcali ed eteronormativi, chi preferisce lasciare i giovani senza strumenti piuttosto che metterli nelle condizioni di vivere meglio, con più conoscenza e più autonomia. Quando si attacca la scuola su questi temi, non si difende la famiglia: si limita il diritto di studiare, capire e crescere.

Noi continuiamo a stare da una parte sola: quella della scuola pubblica, della formazione, della salute e dei diritti. Continueremo a parlarne, a organizzarci e a pretendere che l’educazione sessuo-affettiva diventi finalmente un diritto strutturale per tutte e tutti.