Gramsci e il principio educativo

Pubblicato da Arci Bassa Val di Cecina il

Lo studio è un lavoro, afferma Gramsci; la scuola va considerata un lavoro, le ore a scuola sono ore di lavoro senza doverle alternare con altre attività che, automaticamente, verrebbero a privare il lavoro della scuola di quello che esso è nella realtà: appunto, lavoro.

(Articolo tratto da Patria Indipendente, periodico ufficiale dell’A.N.P.I.)

(….) Resta senza risposta la domanda di fondo: perché è necessario introdurre Gramsci nelle nostre scuole? Si legga questo passo dei Quaderni del carcere opportunamente richiamato nella circolare ministeriale del maggio scorso: “Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza. La partecipazione di più larghe masse alla scuola media porta con sé la tendenza a rallentare la disciplina dello studio, a domandare «facilitazioni». Molti pensano addirittura che le difficoltà siano artificiose, perché sono abituati a considerare lavoro e fatica solo il lavoro manuale” (Q12, 2, 1549).

Lo studio è un lavoro, afferma Gramsci; la scuola va considerata un lavoro, le ore a scuola sono ore di lavoro senza doverle alternare con altre attività che, automaticamente, verrebbero a privare il lavoro della scuola di quello che esso è nella realtà: appunto, lavoro.

Nella scuola di oggi, a differenza di quanto accadeva nella scuola riformata gentiliana, divisiva per principio, il lavoro è nell’aula, sia essa di un istituto tecnico sia essa di un liceo classico; in entrambi i casi, il lavoro che si svolge parte da un identico principio educativo esprimibile così:

“Io credo che una delle cose più difficili alla tua età è quella di star seduto dinanzi a un tavolino per mettere in ordine i propri pensieri (o per pensare addirittura) e per scriverli con un certo garbo; questo è un apprentissaggio talvolta più difficile di quello di un operaio che vuole acquistare una qualifica professionale, e deve incominciare proprio alla tua età”. (A.Gramsci: lettera al figlio Delio)

Cosa si fa per stare seduto tanto tempo e per mettere in funzione i propri pensieri? Si studia disinteressatamente e questo è il motivo principale che pone la necessità di inserire Gramsci nei programmi delle scuole.

Gramsci-studio-lavoro vanno insieme e possono preparare una generazione di cittadine e cittadini di nuovo profilo, sottratte/i al senso comune corrente e capaci di proporre un nuovo senso comune dell’inclusione, della discussione, del confronto e della democrazia.

“Perciò si può dire che nella scuola il nesso istruzione-educazione può solo essere rappresentato dal lavoro vivente del maestro, in quanto il maestro è consapevole dei contrasti tra il tipo di società e di cultura che egli rappresenta e il tipo di società e di cultura rappresentato dagli allievi ed è consapevole del suo compito che consiste nell’accelerare e nel disciplinare la formazione del fanciullo conforme al tipo superiore in lotta col tipo inferiore (ivi, 1542)”.

Gramsci, perciò, pone al centro del circuito docente-discente il ruolo dirigente del primo che, nella sua posizione, deve assicurare la centralità dell’obiettivo dell’apprendimento non nel valore pratico-professionale delle nozioni acquisite bensì nella proposta di uno studio che “appariva disinteressato, perché l’interesse era lo sviluppo interiore della personalità (ivi, 1543-4)”.

Educare ergo istruire, ossia portare a compimento l’impresa di porre le premesse di una formazione che, in modo spontaneo e non indotto, avendo la storia come riferimento, consenta l’apprendimento di quelle nozioni concrete che, uniche, riescono anche ad istruire; ossia fare in modo che il discente si getti nella storia al fine di acquisire “una intuizione storicistica del mondo e della vita, che diventa una seconda natura, quasi una spontaneità, perché non pedantescamente inculcata per «volontà» estrinsecamente educativa (…) In questo periodo infatti lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere (o apparire ai discenti) disinteressato, non avere cioè scopi pratici immediati o troppo immediati, deve essere formativo, anche se «istruttivo», cioè ricco di nozioni concrete (ivi, 1546)”. Se lo studio «deve essere (o apparire ai discenti) disinteressato», come scrive Gramsci, c’è bisogno di chi, partendo dalla considerazione che lo studio è per lui stesso disinteressato (terminus a quo), lo faccia conseguentemente apparire disinteressato, cioè della figura che svolga la funzione di dirigere, di prendere l’iniziativa al fine di realizzare un percorso che sia, al contempo, educativo e istruttivo, cioè formativo: si tratta del docente che, quindi, assume la funzione dirigente.


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